Sacerdoti di Dio o sacerdoti dell'uomo

Costante rincorsa ai temi del mondo, alle mode del momento, alla scaletta del telegiornale. Psicologizzazione e appiattimento della vita spirituale. Liturgie sempre nuove, sempre più a misura d’uomo. Inclusività e dialogo ecumenico spinti all’estremo. Differenza tra laici e consacrati superata da decenni. Archeologismo accettato da secoli.

I problemi dell’organizzazione luterana in Germania sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli del clero cattolico novus ordo. Me ne parlava, tempo fa, un pastore protestante in vacanza in Italia.

“È come da voi, solo peggio”

I pastori lasciano il pulpito, le chiese vengono vendute per essere trasformate in musei, librerie, fast food. Il fedele medio vive la religione come fosse una convenzione tribale. Sul piano sociale si può dire di aver raggiunto l’ateismo di stato.

Della chiesa luterana, in Germania, è rimasto solo il sentimento religioso, individuale quanto irrilevante, di qualche cristiano sincero. Sola fide, letteralmente.

Noi sappiamo che il risultato era già racchiuso nelle premesse e che la rivoluzione di Lutero doveva portare necessariamente lì, ma chissà cosa ne pensa lui - una sorta di tradizionalista protestante, con la medaglia miracolosa al collo - di tutto questo.

Qual è secondo lui la causa, chiedo al pastore, cinquantenne sposato, appassionato di tradizione cattolica ma incatenato alla sua “chiesa” nazionale da un contratto di lavoro che ne fa praticamente un dipendente pubblico.

La risposta non è banale: mi dice che il problema maggiore è l’assenza di vita spirituale.

Il pastore, semplicemente, non prega più. Si trova schiacciato tra le pretese dei fedeli e quelle della gerarchia, una burocrazia più simile a un ministero della religione che alla Chiesa di Cristo, travolto in un vortice di incarichi umani, pastorali, politici, che lo spinge lontano dalla quella che è - persino nelle false religioni - l’unica reale vocazione del sacerdote: l’offerta del sacrificio.

Per i protestanti è un problema intrinseco nella loro concezione del ministero sacerdotale. Non c’è nessun sacrificio da offrire. Cristo è già morto e risorto, noi dobbiamo solo fidarci di Lui e il pastore questo deve fare: aiutare i fedeli a credere. Con l’erudizione, con le catechesi, meglio ancora se con l’esempio.

Tutto il resto è secondario, o da evitare tout court. La penitenza è superstizione medievale, la preghiera pubblica è folklore, il sacrificio è eresia paganeggiante, deviazione dal cristianesimo puro, mitico, dei primi secoli. E così si rinuncia a tutti gli strumenti più potenti della vita spirituale per concentrarsi su una missione umana e, nel lungo periodo, sterile.
Si trasforma l’uomo di Dio in un uomo tra gli uomini.

Suona terribilmente familiare. Sono le stesse idee che emergono dal libro di Don Ravagnani, prete-influecer che ha appeso al chiodo la talare per un motivo scandaloso nella sua semplicità: la sua idea di sacerdozio cattolico è la stessa di quella di un pastore protestante.

Non vale la pena di star lì a sottolineare le singole eresie più o meno manifeste del libro. È modernismo; una volta che lo si individua, che si comprende perchè San Pio X lo definisce come la sintesi di tutte le eresie, mettersi di buona lena con Denzinger e penna rossa in mano diventa esercizio inutile, da debunker tridentini.

L’aspetto che realmente colpisce, piuttosto, è lo stesso che il pastore protestante tedesco vede nella chiesa luterana. La totale assenza di vita spirituale.
La messa ridotta a spettacolo per coinvolgere degli adolescenti. L’ufficio divino che diventa devozione privata da rimandare a fine giornata nella stanzetta del seminario. L’idea che l’attività sociale sia la priorità del prete cattolico. Che pur di trascinare nel cortile di un oratorio le persone, il sacerdote possa e debba rinunciare a ciò per cui ha consacrato la sua vita: la preghiera pubblica, il culto divino e il sacrificio della Messa.

Il libro del Don di Busto Arsizio è la paradossale autobiografia di un pastore protestante che si rende infine conto di essere entrato nella chiesa sbagliata. Che si ritrova schiacciato da quelli che sono per lui obblighi vuoti, rituali incomprensibili senza una vita spirituale solida.

L’ecumenismo moderno - dogma dei nostri tempi - assume più o meno apertamente che ci sia del buono nelle religioni, in tutte le religioni, persino nell’irreligiosità. Allora perchè continuare?

La domanda non è stupida, è consequenziale: se il mio obiettivo è praticare al meglio possibile l’ecumenismo - se il mio obiettivo è parlare di un dio al maggior numero di persone possibili, perchè dovrei stare proprio nella Chiesa di quel Dio che non mi permette di farlo?

Scegliere l’ecumenismo significa scegliere il culto dell’uomo. E al culto dell'uomo non servono mezzi sprannaturali. Non serve la Messa, non servono i sacramenti.
Il culto dell’uomo, dei sacerdoti di Dio, non sa che farsene.
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Diodoro

Quando si ameranno i Papi, e in particolare San Paolo VI, non verrà in mente di mettere nella testata dell'articolo quell'immagine di quel Successore di Pietro.
Ripeto, per chiarezza, che escludo dalla lista dei Papi i due ultimi Biancovestiti, attivi demolitori del Tempio Santo

"L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo." - Paolo VI, discorso di chiusura del CV2
L'amore per i papi vale poco se non si ama anche la Verità.