Hustle Culture, lo stoicismo dei pezzenti
L’etica del lavoro protestante e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. La Hustle Culture – in America la chiamano così – ne è lo sviluppo ultimo.Sveglia mattutina, doccia fredda, pasti iperproteici, veloci da preparare.
Tagliare i ponti con le amicizie inutili, trasformare la naturale socialità in opportunità di “networking”.
Trovare un secondo lavoro per il week-end, ridurre la distrazioni, imbottirsi di video motivazionali, scaricare decine di app per organizzare la giornata fino al dettaglio.
Persino le relazioni romantiche vanno ridotte all’osso, per il massimo rapporto tra tempo/risultato.
Leggevo un americano ridurre le lingue straniere utili da imparare a cinque: inglese, spagnolo, russo, cinese e arabo. In qualsiasi parte del mondo si parla una di queste lingue – che senso avrebbe perdere tempo e denaro con l’italiano, l’olandese, lo svedese?
Un altro elencava i vantaggi della lettura. Come se il piacere di scoprire un libro, di per sé, non fosse abbastanza per giustificare questo passatempo fuori moda, da fannulloni.
No, si devono trovare benefici pratici, possibilmente economici, per leggere senza sensi di colpa.
Sono addirittura nate app che permettono di leggere solo i punti salienti di un libro: paghi per risparmiare tempo godendoti un’opera a metà.
Ma – attenzione – l’aspetto più ridicolo, in realtà, è un altro: è l’atteggiamento elitario, da aristocratici del XXI secolo. L’atteggiamento di chi rincorre l’eccellenza per distinguersi dalla plebe.
In parte è comprensibile. Viviamo nella società della mediocrità, dove il lavoro – spesso un noiosissimo ruolo impiegatizio nell’ufficio di qualche multinazionale – è ‘asilo nido per adulti’: una mansione ripetitiva o poco faticosa, mentre si è coccolati in un contesto femminilizzato, che si propone come un’imbarazzante “grande famiglia”. Una società che ha eliminato, almeno in apparenza, qualsiasi forma di gerarchia, di autorità, di rischio, di violenza.
La Hustle Culture è essenzialmente una reazione schizofrenica: trasforma la casa in un eremo per monaci, vive il tempo come una prova di disciplina, considera il lavoro come fosse la missione ultima dell’uomo, vede il piacere come una distrazione frivola e dannosa.
Non è casuale l’interesse crescente per lo stoicismo, l’antichità, l’impero romano. Per le virtù di Aristotele, per la vita spartana del medioevo europeo. Fa tutto parte dello stesso pacchetto.
Impregnate di postmodernità, queste persone non si rendono conto di essere all’estremo opposto dell’ideale che dicono di perseguire.
Non si rendono conto che un antico greco, un romano, non avrebbero avuto dubbi: la giornata media di una persona del genere, ossessionata da soldi e successo, per loro, sarebbe stata la giornata media di un ottimo schiavo.
Nell’antichità classica il lavoro era prima di tutto seccatura, travaglio necessario. Il plebeo gretto, di rango inferiore, si preoccupava dei soldi e delle necessità economiche.
Il marchio dell’uomo veramente libero e pienamente realizzato era l’otium – l’ozio. Nell’antica Grecia era la curiosità speculativa dei filosofi. Per i romani era la letteratura, la politica, l’impegno civico disinteressato. Nel medioevo la contemplazione di Dio, la vita di preghiera, povera e ritirata dal mondo.
Il lavoro e la produttività erano per gli schiavi. Roba da egoisti, da idioti, da sfortunati.
Troppo facile! – si potrebbe dire – erano delle civiltà fondate sulla servitù. Beati loro, che potevano permettersi una casta di nobili e di filosofi nullafacenti.
Vero solo in parte: era una società diversa, ma non ingiusta. Questa nobiltà – questo otium – non era gratuito. Il suo prezzo era la virtù militare. A Roma schiavi e terra erano la ricompensa per aver offerto anni di vita tra le legioni, per aver rischiato la pelle per la patria al confine.
La nobiltà medievale, sebbene ereditaria, si conquistava prima di tutto con il coraggio in battaglia. Avere dei servi significava dover esercitare il dovere di difendere la comunità o di servire il feudatario, il re, il vescovo, l’imperatore. Allo schiavo, al contrario, non si chiedeva mai di impugnare le armi.
Il sistema ha smesso di funzionare proprio quando questo delicato patto sociale non è stato più rispettato. Quando i figli dei figli dei figli degli uomini che si erano guadagnati il titolo nobiliare hanno smesso di pagarne il prezzo. È a quel punto che l’aristocrazia si è trasformata in privilegio, che la convenzione sociale è diventata ingiustizia.
La Hustle Culture è un tentativo disperato di tornare all’ideale stoico. Un tentativo imbastardito, americanizzato, che non va al cuore del problema: si vuole essere grandi uomini dell’antichità senza mettere in discussione i dogmi della postmodernità.
No, non sono due citazioni di Marco Aurelio a nobilitare la compravendita di bitcoin. No, spaccarsi di palestra per potersi guardare allo specchio non ha nulla a che fare con i templari.
Non si può comprendere l’aristocrazia romana, la nobiltà medievale, se la si riduce unicamente a disciplina, vacuo elitarismo e ricchezza materiale.
Riportarla in vita senza capirne il contesto storico e senza accettarne le premesse spirituali significa solo resuscitare uno zombie, un cadavere senz’anima.
Un’altra grottesca faccia della modernità.