Santa Giuseppina Bakhita
“Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita, e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani; perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa”.
Continuando il discorso sullo stesso argomento, non solo ne benediceva la provvidenziale mediazione nelle mani di Dio, ma li scusava in questi termini:
“Poveretti, forse non sapevano di farmi tanto male: loro erano i padroni, io ero la loro schiava. Come noi siamo abituati a fare il bene, così i negrieri facevano questo, perché era loro abitudine, non per cattiveria”
Nelle sofferenze non si lamentava; ricordava quanto aveva patito da schiava, “Allora non conoscevo il Signore: ho perso tanto tempo e tanti meriti, bisogna che li guadagni ora... Se stessi in ginocchio tutta la vita, non dirò mai abbastanza tutta la mia gratitudine al buon Dio”.
Un sacerdote, per metterla alla prova, le disse: “Se nostro Signore non la volesse in paradiso, cosa farebbe?” Tranquillamente rispose: “Eh ben, mi metta dove vuole. Quando sono con Lui e dove vuole Lui, io sto bene dappertutto: Lui è il Padrone, io sono la sua povera creatura”
Un altro le chiese la sua storia, Bakhita eluse la sua domanda dicendo: “Il Signore mi ha voluto tanto bene... bisogna voler bene a tutti... bisogna compartire!” - “Anche chi l’ha torturata?” - “Poveretti, non conoscevano il Signore”.
Interrogata sulla morte, con animo sereno rispose: “Quando una persona ama tanto un’altra, desidera ardentemente di andarle vicino: dunque perché aver tanto paura della morte? La morte ci porta a Dio”.
La superiora, M. Teresa Martini, assillata da preoccupazioni, Bakhita, calma, dignitosa le disse: “Eh lei, Madre, si meraviglia che nostro Signore la triboli? Se non viene da noi altre con un poco di patire, da chi deve andare? Non siamo noi venute in convento per fare ciò che vuole? Sí, Madre, io povera grama, pregherò e tanto, ma perché si faccia la sua volontà”.
Fonte : Vatican.va